Quaderno terzo/9.
Il partito filosofico nel Novecento.
 (Allegato al manuale di L. Ardiccioni, Filosofia, 3, G. D'Anna,
Messina-Firenze).
Introduzione.
Il partito filosofico come problema filosofico.
Il linguista di origine bulgara T. Todorov, noto in Italia
soprattutto per l'opera La conquista dell'America. Il problema
dell'altro (1984), ha pubblicato ultimamente uno scritto
autobiografico dal titolo L'uomo spaesato (1997) in cui si
confronta con il suo passato e le sue radici culturali. In
quest'opera egli ricorda che negli anni in cui viveva in Bulgaria,
paese oppresso da un regime totalitario, si chiedeva spesso come
mai gli intellettuali occidentali non alzassero la loro voce per
aiutare lui e i suoi compagni. Trasferitosi in Francia nel 1963,
Todorov ebbe l'occasione di osservare da vicino il modo di
ragionare degli uomini culturalmente pi in vista di quel paese.
Come ricorda nell'opera, egli arriv alla conclusione che la
Francia avesse un sistema democratico solo perch gli
intellettuali erano pochi in confronto al resto della popolazione.
E afferma: Se in questo paese il voto fosse limitato agli
intellettuali oggi si vivrebbe in un regime totalitario.
La riflessione conclusiva di Todorov ci introduce nel tema di
questo Quaderno: il rapporto tra la filosofia e la politica che ha
caratterizzato l'epoca moderna e il fascino del totalitarismo
sugli intellettuali. Il compito che ci siamo prefissati con le
letture di questo Quaderno  di analizzare il fenomeno come
problema filosofico allo scopo di comprendere aspetti specifici
della ragione umana e le loro conseguenze in campo politico e
sociale. Dall'analisi da noi compiuta emergono in modo particolare
il bisogno di sistematicit, l'anelito alla totalit e la tendenza
propria della ragione di inserire (e a volte di ingabbiare) gli
uomini e la storia in schemi predefiniti.
Come  noto, il partito filosofico nacque con l'illuminismo,
quando in Francia si form un movimento di intellettuali decisi a
portare nella politica idee provenienti dal campo della filosofia.
Essi erano uniti dalla convinzione che la ragione fosse la luce
con cui sarebbe stato possibile sconfiggere una volta per sempre
le tenebre dell'ignoranza, del fanatismo, dell'intolleranza, del
cristianesimo, della religione e, attraverso un profondo
cambiamento della societ, realizzare un mondo nuovo, a misura
d'uomo, razionale. Questi intellettuali si definirono partito
filosofico e dapprima si offrirono ai prncipi come consiglieri
(momento riformista), poi si orientarono decisamente verso la
rivoluzione. In seguito le loro idee si diffusero per tutta
l'Europa.
Dopo la morte di Hegel (1831), che aveva tentato la
riconciliazione tra filosofia e religione, vi fu la stagione della
Sinistra hegeliana. A oltre trent'anni di distanza da quegli
avvenimenti uno dei protagonisti di allora, D. F. Strauss,
riflettendo su quella importante stagione della filosofia, non
ebbe difficolt a riconoscere  che si era trattato di una vera e
propria rinascita del partito filosofico (L'antica e la nuova
fede, 1872).
Verso la met del secolo si form in Russia un ceto di
intellettuali che fu chiamato intelligencija. Esso si rifaceva
direttamente all'esempio e alle dottrine degli illuministi
francesi, della Sinistra hegeliana, dei positivisti francesi e dei
materialisti tedeschi. Al suo interno il gruppo dominante era
quello degli occidentalisti, che si opponevano al potere politico,
ma anche agli slavofili, i quali invece, rifacendosi ai padri
della Chiesa greca (ma anche a Hegel e all'ultimo Schelling),
cercavano di valorizzare la diversit russa, legata alla sua
storia e alla tradizione ortodossa. L' intelligencija, pur
mostrando una sua specificit tutta russa, mise in evidenza anche
molti aspetti che richiamavano il settecentesco partito
filosofico francese; essa ebbe i suoi capi, i suoi eroi, i suoi
martiri.
Della sua attivit a favore del popolo, del suo impegno politico
contro l'autocrazia zarista e per la rivoluzione e il socialismo
riferiscono pi o meno estesamente i libri di storia. Delle sue
caratteristiche spirituali pi profonde ha invece tracciato un
ritratto insuperato l'antologia Vechi (1909), della quale
riportiamo alcune letture.
Il partito filosofico ha continuato ad essere attivo anche nel
Novecento, sollecitato in ci dal fatto che in questo secolo i pi
importanti avvenimenti storici possedevano una forte componente
filosofica. Per comprendere la vastit del fenomeno basta
ricordare i tanti dibattiti, il desiderio di schierarsi, di essere
intellettuali impegnati, di porre la politica al di sopra di
tutto.
L'illustre predecessore del partito filosofico pu considerarsi
Platone, il quale aveva maturato la convinzione che i filosofi
debbano impegnarsi direttamente nel campo della politica e andare
al potere per realizzare la giustizia. Egli si offr anche come
consigliere politico ai vari prncipi dell'epoca. Dopo Platone
altri filosofi, anche di primaria importanza come l'inglese
Hobbes, si proposero come consiglieri del prncipe, convinti che
fra i loro compiti vi fosse anche quello di impegnarsi
direttamente nella politica allo scopo di aiutare la comunit a
superare le crisi e a ritrovare stabilit, sicurezza e pace. Un
altro punto di riferimento  stato Gioacchino da Fiore (1130-
1202). Alle sue dottrine il pensiero moderno si  ispirato sia per
quell'insieme di simboli con cui questo clericus medioevale ha
interpretato la storia (dalla concezione millenarista, alla
divisione triadica della storia umana, alla figura del profeta, a
quella del duce), sia per la sua convinzione che la storia abbia
il compito di realizzare il destino dell'uomo, le sue attese, i
suoi ideali. Queste dottrine furono recuperate e reinterpretate
dagli illuministi e dai loro seguaci, che vi aggiunsero una decisa
negazione del trascendente in nome dell'uomo, della verit, dei
diritti della ragione.
Il nostro secolo ci ha permesso di constatare ulteriori aspetti
importanti del fenomeno. In seguito ad un'attenta analisi emerge
l'impressione che l'abitudine alla riflessione propria degli
intellettuali aumenta s il potere critico, ma anche il bisogno di
credere e spesso il rapporto dialettico tra ragione e fede si
risolve nel porre la prima al servizio della seconda, come aveva
intuito Hume. La diffusa opinione che tanto pi uno  critico,
tanto meno  credente e viceversa non tiene conto del fatto che si
pu criticare qualcosa solo in nome della fede in qualcos'altro.
La capacit di critica e il desiderio di criticare sono quasi
sempre il risultato non di un atteggiamento neutrale, distaccato,
della forza di un puro ragionamento logico, ma del riferimento ad
una realt diversa, spesso ad un ideale, ad una fede. Lo spirito
ipercritico di molti intellettuali era in realt una dimostrazione
indiretta della forza delle loro convinzioni.
Un altro aspetto importante riguarda il fascino che ha sempre
avuto sugli intellettuali l'ideale astratto (l'ideologia) per la
sua razionalit e universalit e di conseguenza il desiderio di
trasformarlo in realt e l'avversione per la dimensione storico-
empirica del reale che invece appare sempre cos complicata,
ambigua, contraddittoria, razionalmente insoddisfacente. Di qui la
tentazione di piegare la vita e la storia ai seducenti scopi della
ragione (l'ordine, la giustizia, la pace, l'armonia universale)
anche con la forza se necessario e quindi l'esigenza di uno
stretto rapporto tra filosofia e politica.
Nel nostro secolo la filosofia ha avuto in sorte di andare al
potere ed il risultato  stato che essa ha favorito la violenza e
l'oppressione su milioni di individui. Ci costringe ad una
profonda riflessione sulle responsabilit della ragione stessa. Il
grande slavista Vittorio Strada  uno di coloro che da tempo hanno
iniziato questa riflessione e suggerisce di distinguere d'ora in
poi fra una ragione autocratica da condannare e una ragione
autocritica da perseguire (V. Strada, Le veglie della ragione,
Einaudi, Torino, 1986, Introduzione, pagina X).
